Australia – Samoa

Sorprendente risultato a Sidney, dove Samoa batte l’Australia per 32 a 23, nell’ultima partita di preparazione al Tri Nations che inizierà sabato prossimo e che vedra proprio la squadra australiana impegnata contro il Sud Africa.
Sotto di dieci punti, i canguri non capitalizzano un paio di calci sicuramente fattibili, preferendo presuntuosamente due calci in touche che non daranno alcun vantaggio. Squadra sterile e pasticciona, l’Australia non era nemmeno esente da errori banali, non dando mai l’impressione di poter recuperare Samoa nel punteggio, che l’ha vista sempre davanti. Devastanti e a volte anche scorretti i placcaggi degli isolani, che vedevano soccombere  i canguri sia in difesa che in attacco:  il placcaggio era sistematicamente avanzante! Una determinazione aggressiva, a tutto campo, asfissiante ed efficace, ha concesso a Samoa la prima vittoria sull’Australia, a dire il vero orfana di alcuni uomini chiave, ma ciò non toglie nulla al valore dell’avvenimento. Gli australiani, per molti minuti, sono stati veramente in balìa degli indemoniati samoani, capaci di segnare una meta anche in inferiorità numerica.
Arbitraggio insufficiente: Samoa ha commesso molti falli, ripetutamente (placcaggi alti, di spalla, entrate laterali e fuorigioco clamorosi), che l’arbitro o non ha visto o ha ritenuto fossero, sbagliando, regolari. Come già scritto, sabato prossimo inizierà il Tri Nation e per l’Italia, il prossimo 13 agosto a Cesena, test match con quel Giappone di John Kirwan, recente vincitore della Pacific Nations Cup, che nel ranking mondiale ci sta con il fiato sul collo. Ne vedremo delle belle.
Franco

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Manovra sangue e lacrime

Una quarantina di miliardi di manovra finanziaria. Tasse a carico dei soliti noti, cioè i settori più deboli della popolazione. Berlusconi, come al solito mentendo, aveva dichiarato che non si sarebbero messe le mani nelle tasche degli italiani. Non si sono toccati i privilegi delle “caste”, per non urtare la suscettibilità dei poteri forti. Però… Sono stati acquistati per 13 miliardi 110 aerei da combattimento; acquisto legittimato dall’evidente fatto che siamo in stato di guerra con qualcuno, ma nessuno sa di preciso con chi.
Stiamo cominciando a spendere 20 miliardi per l’inutile TAV, che rischia sopratutto di scavare un tunnel finanziario più profondo di quello reale previsto a sconvolgere la Val Di Susa ed a richiamare sul posto la mafia degli appalti.
Continuiamo a rifinanziare le missioni all’estero, che costano una fortuna e servono solamente a confermare l’atto di sudditanza che patiamo nei confronti di USA & Co.
Già sommando tutto ciò non sarebbe servito fare nessuna manovra.
Qualcosa in più? Eccolo: alcuni costi della politica e/o a suo uso e consumo.
Lo Stato finanzia l’editoria con circa 700 milioni di euro l’anno: se un giornale non ce la fa a rimanere in edicola con le proprie forze deve chiudere. Finanziamento puramente clientelare in quanto forza la libertà di stampa dal momento in cui è lo Stato che ti dà i soldi per sopravvivere, limitando l’autonomia del giornalista.
55 milioni l’anno è la spesa che Montecitorio sostiene per gli affitti.
Per non parlare dei “soliti” stipendi dei parlamentari, che comprendendo portaborse (generalmente familiari o amici), rimborsi spese, indennità di carica, una marea di benefit ed il diritto alla pensione dopo 35 mesi di carica (contro i quarant’anni – per ora – dei comuni mortali), possono tranquillamente superare i 25.000 euro mensili.
E queste sono solo le spese più evidenti.
Invece di mettere sempre le mani nel portafoglio dei cittadini, una manovra finanziaria molto più efficace e durevole nel tempo e negli introiti dello Stato poteva essere questa:
Nel 2009 è stato fatto lo “scudo fiscale” che ha permesso il rientro anonimo di capitali illegalmente esportati pagando la percentuale ridicola del 5%: applichiamo a questi capitali sporchi, ma legalmente rientrati, ancora un 5%. Sarebbero milioni di euro e a carico di chi ha evaso il fisco, e comunque pochi rispetto a quanto costoro non hanno dichiarato.
Altra manovra, che contribuirebbe anche a sveltire i tempi della giustizia sarebbe quella di imporre una cauzione di 2.500,00 euro per ogni richiesta di ricorso al processo d’appello, arginando così, di fatto, la massa enorme di ricorsi presentati solo per puntare alla prescrizione.
Rigore e severità contro l’evasione fiscale, raddoppiando le pene pecuniarie nei confronti di chi froda i propri concittadini, comprendendo sistematicamente la confisca dei beni e delle proprietà.
Tassa patrimoniale per tutti i soggetti ched hanno un capitale superiore ai 5 milioni di euro.
Fine della manovra economica.

Franco

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Riminiscenze scolastiche

Chissà perchè ieri sera, prima di addormentarmi, mi è balenato in mente il nome di Francesco Berni, mentre cercavo di ricordare alcuni pezzi di Cecco Angiolieri.
Berni vissuto tra la fine del 1400 e mortyo nel 1537 era un poeta satirico e burlesco. Ecco la poesia che ricordo aver studiato alle superiori (la prima), ed un’altra che, vagamente, ho ricordato aver letto nei bei tempi andati. In entrambe è evidente il fatto che il suo bersaglio ideale è la donna. Per me vere opere d’arte.

Ritratto
dell’amata


Chiome d’argento fine, irte, ed attorte
Senz’arte intorno ad un bel viso d’oro;
Fronte crespa, u’
mirando, io mi scoloro,
Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;

Occhi di perle vaghi, luci torte
Da ogni obbietto disuguale a
loro;
Ciglia di neve; e quelle ond’io m’accoro,
Dita e man
dolcemente grosse e corte;
Labbra di latte; bocca ampia, celeste;

Denti d’ebano, rari e pellegrini;
Inaudita, ineffabile armonia;

Costumi alteri e gravi; a voi, divini
Servi d’Amor, palese fo che
queste
Son le bellezze de la donna mia.

Francesco Berni – Crestomazia italiana.
…………………………………………….

Sonetto contra la
moglie

Cancheri, e beccafichi magri arrosto,
e
magnar carne salsa senza bere;
essere stracco e non poter sedere,
aver il
fuoco appresso e ‘l vin discosto;
riscuoter a bell’agio e pagar
tosto,
e dar ad altri per dover avere;
esser ad una festa e non
vedere,
e de gennar sudar come di agosto;

aver un sassolin nella
scarpetta,
et una pulce drento ad una calza,
che vadi in su e in già per
istaffetta;

una mano imbrattata ed una netta;
una gamba calzata ed una
scalza;
esser fatto aspettar ed aver fretta;

chi più n’ha più ne
metta,
e conti tutti i dispetti e le doglie:
ché la peggior di tutte e’
l’aver moglie.

(Rime)Autore: Francesco Berni (Lamporecchio,1497
– Firenze, 1535).
Note: Poeta burlesco e satirico, rifiuta la
monotonia
di un linguaggio raffinato ed eletto ed esprime nelle
sue opere
una visione ludica del poetare.
Opere: “La Catrina” (1516?), “Orlando
innamorato” (1531).


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Dal Gazzettino del 04 luglio 2011

MONDIALE UNDER 20 Bilancio positivo per l’organizzazione ma
negativo per i risultati dell’Italia. L’analisi del tecnico Cavinato

Azzurrini deludenti. Il dito è puntato sull’Accademia

L’ALLENATORE: «C’è una difficoltà di confidenza con l’insegnamento
dei fondamentali»

Ivan MALFATTO

Un grande successo dal punto di vista organizzativo. Un
grande motivo di preoccupazione per la competitività dell’Italia. La Coppa del
Mondo di rugby under 20 organizzata in Veneto è andata in archivio con due
bilanci opposti. Previsti alla vigilia, ma non per questo meno soddisfacenti
(il primo) e deludente (il secondo).

Sul fronte
organizzativo basta un dato. Fornito dal direttore del torneo per la Fir Tullio
Rosolen: «Avevamo messo a bilancio circa 300mila euro di incassi, ne abbiamo
fatti almeno il doppio. All’interno di una spesa complessiva di circa due
milioni di euro mi sembra un buon risultato».

Circa 50mila gli
spettatori dichiarati. Una media di 10mila a giornata nei tre stadi di Rovigo,
Padova e Treviso. Un’ottima affluenza, considerato che a tirare erano solo le
partite dei Baby Blacks e, in parte, dell’Italia. «Puntavamo a fare il pieno in
uno stadio ogni turno, vista la vicinanza delle tre città» dice il direttore
del torneo per l’Irb Philippe Bourdarias. Ci sono riusciti. Nel 2° turno anche
a Rovigo, la piazza più debole per appeal dei match e “rigetto ovale”
dopo la delusione della finale scudetto persa in casa. Va aggiunta la buona
copertura mediatica della Rai (16 partite) finita in 142 Paesi che fa dire a
Bernard Lapasset: «È stato un grande successo. La grande esperienza fatta nella
gestione di eventi internazionali potrà dare nuova spinta allo sviluppo del
gioco in un Paese dall’enorme potenzialità».

Qui vengono le
noti dolenti. Le «grandi potenzialità» riconosciute dal presidente dell’Irb non
si sono purtroppo viste in campo. L’Italia è stata la squadra che ha segnato
meno punti (58) e mete (6) fra le 12 in lizza. La salvezza ottenuta battendo a
fatica Tonga è un palliativo. Il nodo è la carenza di risultati nel lungo
periodo, non nel torneo. In 12 anni e 60 partite del Sei Nazioni gli azzurrini
ne hanno vinte 6-7, rimediando spesso sonore scoppole. Possibile che ciò
continui ad accadere, nonostante i benefici economici portati alla Fir dal
torneo (da 6 anni introiti alla pari) rispetto a federazioni di altri Paesi?
Possibile che l’Italia perda regolarmente da un’Argentina “isolata” e
si giochi l’élite mondiale contro un’isola “sperduta” con 106 under
20 in tutto (un nazionale ogni 4, un record!).

Vuole dire che
quei soldi non sono stati fatti fruttare, che i piani di sviluppo da essi
finanziati non portano risultati. La prima indiziata in ciò è l’Accademia
federale “Ivan Francescato” di Tirrenia, al sesto anno di vita. «Se
dobbiamo spendere 1,5 milioni di euro a stagione per l’Accademia – si
rammaricava un vecchio allenatore di vivai – per ottenere gli stessi risultati
di quanto formavano i ragazzi nei club, quei soldi forse è meglio spenderli
diversamente».

Ancora più
esplicito il ct azzurro (ormai ex) Andrea Cavinato: «Se i nazionali under 20
non sanno calciare come si deve, o se non hanno confidenza con i fondamentali,
non se la devono prendere con me, che li alleno per brevi periodi. Molti di
loro arrivano dall’Accademia di Tirrenia. Dovrebbe essere compito di questa
struttura e dei suoi tecnici fornire una preparazione adeguata a livello
individuale».

L’insegnamento
dei fondamentali, delle abilità di base è la prima grave carenza dell’Italia
under 20. Quindi bisogna chiedersi se gli allenatori preposti a insegnare ai
futuri azzurri a calciare, passare e placcare sono davvero i più competenti per
farlo. Ma prima del problema dei formatori viene quello del reclutamento. La
Fir è orgogliosa dei circa 67mila tesserati raggiunti nel 2011. Quanti di loro,
però, sono giocatori effettivi? Quanti sono solo numeri senza prospettiva di
enti scolastici, squadre di C o altri serbatoi vuoti? Se non c’è la quantita
non ci può essere nemmeno la selezione per la qualità.

Infine la
contingenza. Le attuali annate under 20 (’91-’92) secondo gli addetti ai lavori
sono le più “sfortunate”, povere di talenti. Dal ’93 ci dovrebbe
essere qualcosa di meglio. Anche perchè dovrebbe iniziare a pagare la
formazione fatta nelle Accademie zonali under 17 (Mogliano, Parma, Roma), che
hanno iniziato a lavorare da quell’annata. La prossima stagione ne vedremo già
qualche frutto?

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INTERVISTA L’ex citì della nazionale Bertrand Fourcade

«Italia, ecco cosa
non va»

Antonio LIVIERO

«Capacità fisiche superiori e una tecnica individuale
eccezionale». Così Bertand Fourcade, 68 anni, francese, ex citì della nazionale
italiana e poi direttore tecnico della federazione, analizza i motivi della
superiorità della Nuova Zelanda alla Coppa del Mondo Under 20 appena conclusa
in Veneto. Cioè in casa sua, perchè “Mitou” in Veneto, per la precisione
a Mirano, è impegnato in un progetto tecnico di lunga durata nella formazione
dei giovani e dei tecnici.

Entriamo nei dettagli: dal punto di vista
tecnico che cosa fa eccellere i neozelandesi?

«Prima di tutto
hanno una polivalenza incredibile. Tutti sanno giocare a seconda della
posizione che si trovano ad occupare in quel momento sul campo,
indipendentemente dal numero di maglia».

      E poi?

«I passaggi. E
la qualità dei sostegni: si piazzano in modo da offrire sempre più soluzioni al
portatore della palla. Però anche l’Australia lo fa bene. La Francia un po’
meno».

L’Inghilterra no?

«Gli inglesi
hanno un gioco troppo programmato e monotono. Raramente sorprendono le difese.
Anche se in finale devo ammettere che hanno giocato davvero bene. Ma il loro
gioco va troppo a terra, finendo per rallentare. Gli All Blacks invece
rimangono a lungo in piedi. Visto con l’Italia»?»

      Visto cosa?

«Gli azzurri
consumavano quattro-cinque giocatori nei raggruppamenti, loro uno. Logico che
all’esterno si creassero squilibri importanti».

D’accordo, ma qual è la novità tecnica di
questo mondiale Under 20?

«Oltre
all’aumento della capacità di giocare in piedi, mi ha impressionato la velocità
di uscita della palla dai raggruppamenti. Incredibile».

Ha colpito anche lo sconforto dei gallesi
dopo essere stati strapazzati dalla Nuova Zelanda: in Galles si insegnano le
stesse cose, hanno detto. Allora perche tutta quella differenza?

«La qualità
fisiche individuali hanno scavato il gap tra le squadre di vertice. Gli All
Blacks sono più veloci e potenti di chiunque altro. E vincono tutte le
collisioni individuali».

      Come spiega invece le lacune dell’Italia
nei fondamentali?

«Le carenze sono
prima di tutto a livello di velocità, ritmo e intensità. Forse è anche un
problema di reclutamento. Mi dispiace… Non saprei come fare».

      Proprio lei che ha lavorato a uno dei
pochi piani di sviluppo del rugby italiano? Non ci credo.

«Ha ragione. Ci
siamo fatti un mazzo così, è stato messo tutto su un doppio cd per farlo
circolare in Italia. Ma a parte le accademie, il resto del progetto è rimasto
inspiegabilmente lettera morta. Un peccato».

      Appunto, le accademie.

«Mi hanno
invitato, hanno programmi buoni, lavorano bene. E una strada interessante».

      Però?

«Però qualcosa
non va, questo è evidente. Bisogna vedere. Serve una riflessione. Perchè questi
ragazzi hanno deluso dopo un anno di lavoro insieme e tante risorse investite.
Bisogna cercare di capire. Ma per questo ci sono dei responsabili. Spetta a
loro».

Cosa ne sarà del rugby giovanile italiano?

«Piano piano
arriverà. Brunel ci tiene al lavoro di base, andrà in giro per i club più di
quanto facesse Mallett. Vuole una direzione tecnica comune».

      Si torna alla scuola francese?

«Con l’arrivo di
Brunel di fatto è così. E del resto credo che sia la più adatta agli italiani.
Nonostante la globalizzazione del gioco, qualche affinità tra noi c’è ancora. E
poi i contenuti teorici sono sostanzialmente gli stessi di quelli adottati in
Francia».

Teorici. Ma in pratica?

«C’è un problema
di applicazione dei contenuti. E di sistema».

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PANCHINE AZZURRE

Ballottaggio tra
Brunello e Roselli

(im) Giampiero De
Carlo pressochè certo per gli avanti; ballottaggio fra Fabio Roselli (il
favorito) e Massimo Brunello (l’oustsider) per i trequarti. Da questi tre nomi
dovrebbe uscire la coppia di nuovi tecnici federali a cui sarà affidata la
guida dell’Italia under 20 la prossima stagione al posto di Andrea Cavinato, a
cui era stato comunicato che non sarebbe stato più ct degli azzurrini un mese
prima dell’inizio della Coppa del Mondo. In questi giorni dovrebbe firmare per
il Calvisano, appena tornato in Eccellenza, dove ha già vinto uno scudetto. Fra
i suoi ex ragazzi si parla di interessamenti per Edoardo Ghiraldini (flanker)
da parte di Calvisano, per Tommaso Castello (centro) del Petrarca, per Michele
Visentin (centro-ala) e Jacopo Bocchi (terza centro) del Mogliano, per Guido
Calabrese (utility back) del Rovigo. Augusto Cosulich (estremo) dovrebbe andare
a studiare in Inghilterra e giocare lì. De Carli-Roland De Marigny sarà invece
la coppia di allenatori per la squadra dell’Accademia, che dalla prossima
stagione disputerà il torneo di serie A.

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MISCHIA APERTA di Antonio LIVIERO

Il debito formativo e la necessità di tornare a investire
sulla base

È vero: il rugby è cambiato molto dagli anni Novanta a oggi.
Purtroppo in peggio per l’Italia. La nostra Under 19 ha sconfitto due volte
l’Inghilterra nel ’90 e nel ’91 e ha pareggiato nel ’92. L’anno dopo è arrivata
terza ai mondiali di categoria, e nel ’94 seconda. Nel 2011 siamo costretti a
spareggiare con Tonga per rimanere nella fascia A.

Abbiamo perso
posizioni ma sarebbe semplicistico attribuire ogni responsabilità alle
accademie federali istituite a partire dal 2006 col progetto pilota di
Tirrenia. In fondo tutte le federazioni ne sono provviste. Tuttavia sarebbe
opportuno pensare a un aggiornamento dei contenuti e riconsiderarne modello e
funzioni. L’impressione è che la Fir, concentrando l’attenzione sulle proprie
creature abbia finito per trascurare la base vitale del movimento. E che i
centri di formazione dei club, specie nelle aree più vocate, abbiano finito per
sentirsi nel migliore dei casi umiliati ed emarginati, nel peggiore sollevati
da un pesante impegno, tanto ci pensa l’accademia. E del resto a volte
l’atteggiamento della federazione è sembrato proprio quello del “ghe pensi
mi”.

Una situazione
che non poteva che portare ai problemi attuali. Intanto perchè è venuta meno
una certa spinta nel reclutamento e ciò ha impedito di allargare la base
limitando le probabilità di scoprire talenti naturali. Poi perchè si è prodotto
un pericoloso automatismo tra lo stare in accademia e il giocare in nazionale,
con l’effetto posto-garantito. Terzo, e di conseguenza: tra le cose che
sembrano mancare in Italia a livello giovanile c’è di sicuro la lotta per la
maglia della nazionale, che invece è molto dura e aperta in altri paesi come la
Nuova Zelanda e l’Inghilterra ma anche l’Irlanda e il Galles. Ogni settimana
dovrebbe essere una battaglia, ma non lo è. E senza di ciò è difficile pensare
di alzare intensità e ritmo.

Come rimediare?
Ristrutturando la piramide del movimento. Allargando la base dei praticanti,
rilanciando i centri di formazione dei club di Eccellenza e finanziandoli in
maniera importante, come accade in Francia, sulla base di parametri precisi
(strutture, risultati, qualità della didattica, formazione scolastica).
Collegandoli alle franchigie di Celtic che devono poter contare su proprie
accademie come accade ad esempio a Limerick e Dublino.

Le accademie
federali restano importanti. Ma non bastano e non devono assorbire tutte le
risorse né sovrapporsi alle realtà di punta del movimento giovanile, per non
penalizzarle. La mano pubblica dovrebbe insistere piuttosto dove mancano le
competenze, ma delegare dove ci sono. Il tutto andrebbe tenuto assieme da un
piano di lavoro comune, ispirato a una linea tecnica condivisa. E magari
periodicamente guidato dal miglior know-how oggi disponibile in Europa: non
perchè i nostri tecnici non siano all’altezza, ma perchè l’alto livello è
incompatibile con l’autoreferenzialità e si nutre di confronto continuo.
Utopia?

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SUPER 15

Finale Reds-Crusaders

Queensland Reds e Crusaders si affronteranno il 9 luglio
nella finale del Super 15. I neozelandesi hanno eliminato gli Stormers, unica
squadra sudafricana giunta alle semifinali, sconfiggendoli sul loro terreno per
29-10. Nell’altra semifinale gli australiani guidati dall’apertura Quade
Cooper, in stato di grazia, si sono imposti abbastanza agevolmente sugli
Auckland Blues per 30-13. È la prima volta che i Reds raggiungono la finale.

TEST – Nella
prima giornata della Coppa delle nazioni del Pacifico, Tonga ha battuto le Figi
45-21.

RECORD – La
federazione francese ha annunciato di aver superato per la prima volta i 400
mila tesserati,raggiungendo quota 413.293 con un aumento dell’11,4% rispetto
all’anno precedente.

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Stamane alle otto il Benetton riprende gli allenamenti in
preparazione della nuova stagione di Celtic League

Ripresa senza i nazionali Smith “punta” sulla
difesa

Ennio GROSSO

Un inizio a ranghi ridotti per il Benetton. Alle 8 di questa
mattina, alla ripresa degli allenamenti in vista della seconda stagione in
Celtic League – da quest’anno denominata «RaboDirect Pro12» – i biancoverdi si
ritroveranno senza i Nazionali, un problema, questo, al quale si dovranno
abituare visto che in questa nuova stagione la franchigia veneta dovrà fare a
meno degli azzurri per almeno una dozzina di gare. Oggi, quindi, il primo
giorno di lavoro dopo le sospirate vacanze arrivate al termine di una annata da
applausi e la conquista di 9 successi, due dei quali ottenuti contro Munster e
Leinster, le finaliste della rassegna celtica. «Almeno nella prima settimana –
dice Franco Smith – al mattino cureremo la preparazione fisica e al pomeriggio
andremo in campo lavorando soprattutto sulla difesa. Nella passata stagione
abbiamo subìto parecchie mete e sotto questo aspetto dovremo assolutamente
migliorare.

Sarà comunque
necessario trovare subito un nuovo sistema di lavoro perché molto spesso ci troveremo
a dover lavorare con metà della rosa, con un gruppo ridotto, quindi bisognerà
adeguarsi».

      Nella prima stagione celtica il Benetton
è stato la sorpresa: nella prossima?

«Vorremmo
continuare ad essere una sorpresa, ma sappiamo che non sarà una stagione
facile. Ovviamente le altre squadre ci conoscono di più e tutti si saranno
migliorati, ma dalla nostra potremo avere un anno in più di esperienza che è
cosa non di poca importanza.

Il nostro
principale obiettivo, comunque, sarà quello di essere più concreti, segnare di
più, perché nella passata stagione abbiamo disputato spesso delle gare in
attacco senza tuttavia riuscire ad infierire sulla difesa avversaria. Dovremo
essere più cinici e il nostro livello di gioco dovrà ulteriormente alzarsi. Ma
la cosa che mi preme maggiormente in questo momento, è mettere in condizione di
poter giocare atleti che magari non vanno in campo dallo scorso marzo e che a
settembre, quando inizierà la Celtic League, potrebbero essere fondamentali».

Sarà indubbiamente un anno più difficile.

«Sicuramente,
anche perché ci sono molte aspettative su questa franchigia. I nostri tifosi
vorrebbero vedere ancora la squadra ottenere dei risultati positivi come nella
passata stagione, è una cosa normale, ma sappiamo che non sarà facile, anche
perché dovremo far fronte a molti problemi».

      Primo fra tutti l’impegno in Nazionale di
parecchi giocatori.

«Sì, questo sarà
uno dei tanti problemi: per almeno 11-12 partite dovremo fare a meno di loro,
ma lo sapevamo da tempo e quindi dovremo farci l’abitudine; poi, sarà
necessario adattarsi alle regole federali con gli stranieri. Sarà un anno molto
difficile, comunque la nuova sfida ci stimola e il Benetton dovrà farsi trovare
pronto. Da subito».

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NUOVI ARRIVI. Dal Petrarca il pilone Fazzari

IN PARTENZA: Costanzo, Marcato, Vilk e Maddock

(e.g.) Non molti i cambiamenti, almeno finora, nella rosa
del Benetton.

Sul fronte
arrivi si è fatto un gran parlare negli ultimi giorni, ma l’unico vero nuovo
arrivo è quello del pilone del Petrarca Padova, Carlo Fazzari, 21 anni. Sono
stati abbinati alla franchigia veneta tanti giocatori, ma ancora se ne è fatto
nulla. Si è parlato anche di un giocatore australiano, un’apertura giovane ma
talentuosa.

Pertanto al
momento si contano più partenti, visto che hanno lasciato Treviso già 4
giocatori: 2 italiani e altrettanti stranieri. Salvatore Costanzo e Andrea
Marcato non faranno più parte della rosa trevigiana, il primo andrà a
Calvisano, il secondo potrebbe seguirlo, ma potrebbe anche scegliere di tornare
a casa, in quel Petrarca che l’ha cresciuto rugbisticamente, lo ha lanciato e
nello scorso campionato lo ha riabbracciato seppur per poco tempo.

Costanzo negli
ultimi anni ha giocato poco, vittima di tanti infortuni. Nessuna presenza nella
stagione scorsa. Marcato a sua volta si è trovato spesso la porta sbarrata, da
Burton, prima e De Waal, poi, e le sue presenze nella passata stagione sono
state 2 per un totale di 69 minuti giocati.

Per quanto
riguarda gli stranieri lasceranno Andy Vilk e Joe Maddock, entrambi rientrati
in Inghilterra.

NAZIONALE –
Ieri, intanto, è iniziato il raduno di Villabassa (Bolzano) dei 36 azzurri in
vista del Mondiale neozelandese.

Sono 16 i
giocatori del Benetton convocati, l’ultimo in ordine di tempo ad essere stato
chiamato è Kris Burton.

Pilone: Lorenzo
Cittadini; Tallonatore: Leonardo Ghiraldini; Seconde Linee: Valerio Bernabò,
Corniel Van Zyl; Terze Linee: Robert Barbieri, Paul Derbyshire, Manoa Vosawai,
Alessandro Zanni; Mediani di Mischia: Edoardo Gori, Fabio Semenzato; Apertura:
Kris Burton; Centri/Ali/Estremi: Tommaso Benvenuti, Gonzalo Garcia, Luke
McLean, Andrea Pratichetti e Alberto Sgarbi.

……………………………………………………..

Amichevoli: prima
uscita contro gli Aironi

(e.g.) Oggi, dunque, il primo giorno di scuola in casa
Benetton. Tra poco più di un mese, invece, la prima uscita. Venerdì 12 agosto,
infatti, i biancoverdi affronteranno, alle 19.30 a Monigo, l’altra formazione
italiana della RaboDirect Pro12, quella degli Aironi, una sfida che servirà
anche da passerella e per far conoscere ai tifosi i nuovi arrivi. Sabato 27
agosto, la seconda amichevole prima dell’inizio ufficiale della nuova stagione:
nell’ultimo sabato di agosto, infatti, il Benetton affronterà in Inghilterra i
London Wasps.

Infine, sabato 3
settembre, esordio nella RaboDirect Pro12 e nel weekend dal 10 al 13 novembre
debutto in Heineken Cup.

ABBONAMENTI – La
campagna abbonamenti del Benetton inizierà lunedì 18 luglio, giorno in cui si potranno
acquistare le tessere presso gli uffici del club al Centro Sportivo della
Ghirada.

A giorni la
società trevigiana comunicherà anche orari di vendita e prezzi dei tagliandi
che come già l’anno scorso dovrebbero essere accessibili a tutte le tasche.

 

 

 

 

 

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Dal Gazzettino del 27 giugno 2011

Junior World Championship: i Baby Blacks trionfano
nella finale di Padova. Spettacolo e un’Inghilterra super
Nuova Zelanda, vecchia storia: quarto mondiale
Alberto ZUCCATO
Continua la dittatura della Nuova Zelanda che, battendo
l’Inghilterra, si conferma campione del mondo under 20 per la quarta
volta consecutiva. I Baby Blacks sono stati più smaliziati, più
opportunisti e più aiutati dagli arbitri. Al plurale perchè, a
qualche fischio dubbio del sudafricano Peyper, si aggiunge il Tmo De
Santis che al 12′ della ripresa non concede una meta in mezzo ai pali
a Kvesic, a tutti parsa regolare. Il punteggio era di 23-17 per i
neozelandesi. E’ ben vero che quattro minuti più tardi l’Inghilterra
segna una meta con Wade che stavolta De Santis, nuovamente chiamato in causa, convalida. Ma la posizione è angolatissima e Ford fallisce la trasformazione, consentendo alla Nuova Zelanda di rimanere in vantaggio di un punticino, 23-22.
Ed è proprio dalla piazzola che i Baby Blacks trovano nuova linfa al 18′, con l’implacabile Anscombe (7/8 nell’acca). Tre punti che cambiano definitivamente l’inerzia dell’incontro, perchè di benzina da spendere i britannici non ne hanno più. Una partita che è andata a folate, ma che ha visto l’Inghilterra fare più cose belle della Nuova Zelanda, in
particolare nella fasi statiche, ma anche in azioni multifasi dentro
l’area dei 22 metri. Tra i più positivi, il terza linea Kvesic, la
velocissima ala Wade e l’ordinato mediano di mischia Cook, più volte
pericolosi.
Neozelandesi, dicevamo, più cinici. Come in occasione della meta di Piutau, che nasce da un’azione di Taylor, tallonatore veloce come un trequarti, che approfitta di un infortunio a Daly per scappare sull’out destro e porgere palla al citato, solo e fortissimo Piutau. Era il minuto 27 e appena per la seconda volta i Baby Blacks entravano nell’area dell’Inghilterra. Ci rimanevano fino al termine del primo tempo, e al 40′ andavano in meta con il pilone Tameifuna, dando l’impressione (errata) di avere in pugno l’incontro.
Ad inizio ripresa dopo in piazzato sì e uno no, rispettivamente di Anscombe e Ford, l’Inghilterra realizzava all’ 8′ una splendida meta con Thomas, trasformata da Ford, e riapriva le danze (23-17 il punteggio).
Poi le cose di cui abbiamo detto. La meta forse valida non assegnata a Kvesic, il calcio di punizione di Anscombe. Sul finire, al 33′, Nuova Zelanda ancora in meta con Barrett, al solito sfruttando un errore della difesa inglese e un rimpallo favorevole.
Hanno vinto i favoriti, quelli che tutti pronosticavano. All’Inghilterra rimane l’ennesima medaglia d’argento (la terza), gli applausi dei quasi 9.000 del Plebiscito e tanto amaro in bocca, perchè mai come ieri i britannici potevano vincere.
…………………………………………..
Sofferta vittoria a Rovigo: gli azzurrini rimangono nelle squadre
di fascia A, retrocede Tonga. L’Italia si salva aggrappandosi al pack
Roberto ROVERSI
All’ora di pranzo, superando Tonga non senza una certa fatica,
l’Italia Under 20 ha staccato il biglietto per il Sud Africa dove
il prossimo anno si disputerà la Coppa del Mondo di categoria.
Ma anche quest’ultimo impegno ha evidenziato le carenze collettive e
individuali di una  squadra che forse ha sofferto troppo la pressione di giocare un mondiale in casa. Il risultato finale può anche soddisfare, il gioco mostrato in queste cinque partite, decisamente no. Contro una
formazione come quella tongana, dotata di buone individualità, ma
poco propensa a seguire linee di gioco organizzato, l’Italia ci ha
messo più di un tempo per capire che sarebbe bastato un rugby
ordinato che non si allontanasse troppo dal raggio di azione del
pack. Invece per tutto il primo tempo gli azzurrini hanno continuato
a muovere il pallone senza ottenere guadagni di terreno e usando in
malo modo il gioco al piede. Fortunatamente sono arrivate due mete
piuttosto casuali a dare consistenza a un risultato che non ha
trovato un reale riscontro nel gioco.
La prima marcatura è giunta al 2’ con Palanzani che si è infilato nell’autostrada lasciata dalla difesa dopo una ruck nei “22”. L’altra l’ha realizzata Visentin nel finale di tempo sfruttando un errore di Talakai che non ha controllato in area di meta un innocuo pallone maldestramente calciato dalla stessa ala azzurra. In mezzo si era visto soprattutto il gioco degli isolani, decisamente più a loro agio nella corsa come hanno dimostrato al 14’ con la meta di Talakai, favorita da uno
sbilenco tentativo di intercetto di Campagnaro. Al 23’, con gli
azzurrini in evidente difficoltà, Tonga si era addirittura portata
in vantaggio con la meta di Afu che ha bucato con una facilità
irrisoria. Chiedendo aiuto alla buona sorte, però, l’Italia è
riuscita a chiudere in vantaggio la prima frazione.
Nella ripresa gli azzurrini hanno finalmente dirottato il gioco sul reparto dove era evidente la loro superiorità, quello degli avanti. Così al 16’ l’arbitro ha concesso una meta tecnica per un fallo di antigioco
dei tongani in una mischia ordinata ai cinque metri e al 26’
l’Italia ha chiuso il match con la marcatura di Castello dopo una
tambureggiante percussione degli avanti. Col risultato acquisito, nel
finale la squadra italiana ha perso un po’ di concentrazione
concedendo spazio agli isolani che negli ultimi cinque minuti hanno
segnato due mete.
MISCHIA APERTA di Antonio LIVIERO
Tra speranze ed equiparati
Le stagioni del rugby ormai da 25 anni vengono scandite dalla Coppa
del mondo. Le squadre si stanno preparando per la Nuova Zelanda ma
già le federazioni hanno programmato il rinnovamento in vista dei
Mondiali del 2015 in Inghilterra.
Ovviamente si tiene d’occhio l’anagrafe. E ha ragione il presidente della Fir Dondi quando dice che il gruppo di Mallett si trova all’apice della propria parabola.
O vince adesso o dovrà farlo un’altra squadra. Tanto è vero che
il consiglio federale ha pensato, coerentemente, a un nuovo
allenatore per il dopo mondiale. Ma con quale squadra? Questo è il
punto.
Abbiamo già avuto modo di osservare che metà degli
azzurri che si stanno preparando alla Coppa in Nuova Zelanda, nel
2015 avranno almeno 32 anni. A guardare meglio si tratta di un
invecchiamento che colpirà soprattutto gli avanti, cioè il punto di
forza della squadra. Tra i piloni Lo Cicero avrà 39 anni, Perugini
37, Castro 34, Cittadini 33. Tra le seconde linee Bortolami arriverà
a 35 anni, Del Fava e Geldenhuys a 34, Van Zyl toccherà i 36. Avrà
36 anni anche Mauro Bergamasco e ne avranno 32 Parisse e Vosawai.
Trequarti: Mirco Bergamasco 32, Canale 33, Masi 35, Orquera 34,
Burton 35, Gower 35.
Ricambi? C’è qualche bravo giovane nella
rosa che deve ancora completare la maturazione. Ma l’Italia A, il
serbatoio naturale della prima squadra, non sta molto meglio: dei 68
giocatoi impiegati negli ultimi due anni ben 28 sono sopra i 28 anni
e tra questi 21 avanti. Poi bisogna guardare all’Under 20. E le
cronache ci segnalano grossi problemi di tecnica individuale e
collettiva. E se già a 17 e a 19 anni il gap con gli altri è quello
visto in questi mondiali, non si vede come la nazionale maggiore potrà fare l’atteso salto di qualità.
Dietro l’angolo potrebbe esserci, purtroppo, la necessità di un
nuovo ricorso agli equiparati. Meglio allora avere subìto le idee
chiare. Perchè anche per questo servono qualità e pianificazione.
In attesa di tempi migliori.
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Clima teso all’assemblea delle società: salta il numero legale, Statuto FIR nel caos.
Fumata nera all’assemblea straordinaria per la riforma dello
statuto. È saltata a sorpresa per mancanza del numero legale
l’assemblea delle società convocata dalla Fir sabato a Bologna. Lo
scopo era quello di uniformare la “Carta” ovale ai principi
fondamentali degli statuti delle federazioni sportive nazionali, come
richiesto dal Coni. Clima teso tra le 140 società presenti con forti
critiche (in particolare Zanovello del Cus Padova e Villa della
Grande Milano) per i tempi stretti di convocazione (un mese),
informazioni tardive (due giorni prima) e mancanza di coinvolgimento
della base. Ma anche contro la proposta di ridurre il vincolo per i
giocatori da 27 a 18 anni e sul peso ponderale dei voti per le
elezioni federali. Ora comunque si dovrà procedere con la nomina di
una commissario del Coni che prenderà in mano lo statuto.
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Tonga KO: l’Italia tra i 12. La nazionale ora pensa ai Mondiali in Sudafrica. Cosulich: «Match difficile» Ennio GROSSO
Obiettivo raggiunto. La nazionale italiana ha sconfitto Tonga 34-22
nella finale per l’11. posto che valeva la salvezza e ha staccato il
pass per i Mondiali del prossimo anno, sempre nel gruppo Elite, che
si svolgeranno in Sudafrica. Gli azzurrini non hanno fallito la
partita decisiva, quella alla quale puntavano per rimanere nel rugby
che conta. Sin dall’avvio si sapeva che sarebbero state probabilmente
Tonga e Scozia le antagoniste dell’Italia per la permanenza nel
gruppo dei 12; con un po’ più di fortuna, la partita di mercoledì
giocata contro l’Argentina avrebbe potuto consegnare una salvezza
anticipata all’Italia, invece si è dovuto attendere l’ultima
giornata. In 80′ la nostra nazionale si giocava tutto, come del resto
i tongani. E salvezza è stata. Molta Treviso in questa nazionale, a
iniziare dai giocatori Jacopo Bocchi, Augusto Cosulich e Michele
Visentin, quest’ultimo autore di 3 mete nel torneo, ma tutti e tre
sempre grandi protagonisti; quindi il tecnico, Andrea Cavinato, e il
team manager, Franco Pavan. «È stato un mondiale molto difficile –
ha detto Cavinato – Lo sapevamo, come sapevamo che questa era la
partita che dovevamo vincere. Avevo detto subito che l’obiettivo era
la salvezza ed è stato raggiunto. Voglio ringraziare tutti i
giocatori perché hanno raggiunto un grande risultato dimostrando
carattere». Contro Tonga è stata comunque una partita difficile.
«La cosa più importante è stato vincere la partita che bisognava
vincere: c’era molta pressione e a volte è facile scomporsi quando
la pressione è così elevata. Credo che in questo stia il grande
salto di qualità che questa squadra ha saputo compiere. Contro
l’Argentina e contro Tonga, siamo stati sostenuti nel migliore dei
modi: i veri uomini di rugby sostengono la squadra soprattutto nei
momenti difficili e il pubblico ha dimostrato quanto siano belli e
importanti i valori del nostro sport». Per quanto riguarda i
giocatori trevigiani, sufficienza abbondante per tutti. Cosulich ha
dimostrato freddezza e carattere, una certezza dietro gli altri nel
ruolo di estremo; Visentin è stato un esempio di capacità e
opportunismo: la terza meta, quella segnata proprio ieri contro
Tonga, rubando il tempo al diretto avversario, è stata la chiara
dimostrazione; per quanto riguarda Bocchi, anche nell’ultimo match
tanta abnegazione e spirito di sacrificio, ma soprattutto tanta
difesa per salvare spesso la propria squadra da situazioni non
facili. Tre giocatori sui quali fare affidamento in un futuro non
troppo lontano.

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Dal Gazzettino del 13 giugno 2011

MISCHIA APERTA di Antonio LIVIERO

Sinergie celtiche e rilancio dei vivai per salvare il
campionato

Riconosciuti i meriti al Petrarca per la finale vinta e al
Rovigo per la stagione dominata, passata la festa scudetto, si può tentare,
senza svilire nessuno, un primo bilancio tecnico del campionato: il primo della
svolta celtica, cioè privo delle sue squadre più forti e dei giocatori
migliori.

Cominciano dalla
difesa, pietra angolare del gioco moderno. Se togliamo la finale, dove le
motivazioni e l’adrenalina hanno sopperito, com’era logico, a molte lacune (ma
non in occasione della meta di Bacchetti) i risultati sono stati spesso
deludenti. Persino nelle semifinali. Rovigo e Petrarca non hanno avuto
avversari difensivamente credibili. Si veda ad esempio la meta di Mahoney a
Parma più da dapolavoro che capolavoro. E non per demeriti dell’eroico
neozelandese, sia chiaro, ma proprio per l’inconsistente opposizione. Idem a
Padova. La travolgente reazione del Petrarca ha infranto argini di carta e la
dice lunga sul reale livello tecnico del Prato, capace tra l’altro di stare ai
vertici della classifica senza un’apertura di ruolo.

Altro indicatore
la mischia. Se è vero che tutte le grandi squadre hanno una grande mischia, e
che senza un pack forte (anche se non necessariamente il migliore) non si vince
una competizione di alto livello, quale può essere il valore di un campionato
dominato da un club (il Rovigo) il cui pacchetto veniva destabilizzato e
stappato a volte in maniera persino imbarazzante? Che gli avversari non siano
stati in grado di approfittare dei limiti macroscopici della mischia rossoblù,
la dice lunga sul valore complessivo del torneo detto di eccellenza. Tanto è
vero che appena una squadra vi è riuscita si è presa il titolo. Del resto, se
la finale del campionato ha messo in campo un solo giocatore di interesse
nazionale (Ravalle) e i nostri migliori club sono stati maltrattati in Europa,
come attendersi esiti diversi?

La strada per
risollevare le sorti del campionato è in parte compromessa e comunque lunga.
Una cosa si può fare a breve: dare il via libera a sinergie con le franchigie
di Celtic League. A progetti di collaborazione tecnica e maturazione dei
giocatori, a movimenti di atleti in entrata dalla Celtic, anche
temporaneamente. Non si vede del resto, a questo punto, quali sarebbero i
preziosi equilibri tecnici a rischio di essere turbati dall’innesto nel
campionato di elementi di caratura superiore provenienti dalla Celtic,
stipendiati dalle franchigie e inseriti nell’organico dei club. Certo sarebbe
poi da questo gruppo che Aironi e Benetton attingerebbero al momento del
bisogno. Ma già adesso possono prelevare dai club. Molto meglio se potranno
farlo all’interno di un programma tecnico coerente, con vantaggi reciproci.

A medio e lungo
termine invece si avverte il bisogno di una iniezione costante di giocatori
giovani, ma non acerbi, tecnicamente completi e di un qualche talento.
Un’operazione possibile solo con un salto di qualità dei settori giovanili, che
non possono essere ridotti alle sole accademie federali. Serve altro. E in
fretta.

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Mondiali U 20: disfatta italiana

20 mete subite ed una fatta. 150 punti subiti e 16 realizzati. Questo, in sintesi, il resoconto del girone del mondiale U20, dove l’Italia era inserita unitamente a Nuova Zelanda, Galles ed Argentina. Cavinato, il cosiddetto “allenatore” dell’Italia, evidentemente molto più portato alla polemica ed alle trasgressioni grammaticali che alla capacità tecnica di condurre una squadra di rugby, ha sottolineato come i ns. ragazzi non fossero in grado di fare di più, per diversi motivi e che, comunque, è orgoglioso di loro (sic!).
Dice che i ragazzi non sono abituati a giocare un match ogni quattro giorni, che sono fisicamente poco preparati, che non giocano (quasi nessuno) nella serie maggiore e che la preparazione atletica non è delle migliori.
Allora, delle due, una! O si dimette perchè, accusandola, la FIR, in primis, con le Accademie ha fallito (come in tutto il resto) e quindi non può presentargli una rosa all’altezza, oppure si tiene le colpe e si dimette ugualmente. Ma dimettersi, in Italia, nel rugby e altrove, significa perdere la pagnotta, che è anche ben imbottita. Quindi si resta menefreghisticamente al proprio posticino!
Un’analisi del fallimento italiano va individuata, comunque, anche nelle parole di Cavinato, oltre ad altre cause. Vediamo perchè.
Innanzitutto è insopportabile che ragazzotti di nemmeno vent’anni si facciano intimidire e si smarriscano davanti ad altrettanti giovanotti di pari età. Intraprendenza non significa solo “l’avance” che si fa alla ragazza di turno, vuol dire anche tentare, esplorare, andare al di là degli schemi, provocare e trascinare i compagni di squadra con la propria attività esemplare. Questo l’Italia non ce l’ha. E’ come lo studente che, davanti alle difficoltà dello studio, anzichè insistere dov’è carente, chiude il libro dicendo “tanto non ci capisco nulla”.
“I ragazzi non sono abituati a giocare un match ogni quottro giorni”. Ok. Perchè? Gli altri lo fanno, perchè non copiare da loro? I mondiali sono programmati da tempo: non si poteva prevedere un’intensificazione dell’attività? E se i ragazzi non giocano in prima serie (mentre molti delle altre squadre lo fanno), perchè almeno non approfittare di ciò facendoli allenare da squadre al loro livello? E qui, come al solito, le lacune FIR sono piaghe insanabili.
Allenamenti e palestra non sono stati sufficienti a plasmare come si deve il fisico di questi U20, e lo si vede al momento del placcaggio: quando si attacca perchè si sbatte addosso all’avversario e si è spinti indietro e quando si difende perchè, quasi regolarmente, siamo “asfaltati”. Ma soprattutto, sotto la spinta di una mischia possente ma non tecnica, più volte, ad un metro dalla meta, fisicamente non ce l’abbiamo fatta a marcare. Ma le Accademie, portate come fiore all’occhiello della FIR, che ci stanno a fare? Allenano la gente al biliardo anzichè al rugby?
Che poi la preparazione fisica non si sia dimostrata per nulla all’altezza lo si è constatato dal numero inverosimilmente alto degli infortuni: Accademie e FIR, ancora voi! I preparatori sono incapaci? O cos’altro? Di chi è la colpa?
Molte delle 20 mete subite hanno seguito lo stesso copione: apertura veloce al largo, difesa italiana sbilanciata o in ritardo di copertura, superiorità avversaria al largo e meta! Nessuno ha saputo raddrizzare in corsa il difetto. Quindi mancanza di capacità tecniche (head coach) ed anche mancanza di un leader in squadra capace di “leggere” la partita.
Calci di spostamnento assenti. In un rugby dove sai che devi principalmente difenderti, non puoi esimerti dal calciare per allontanare la pressione e risalire il campo. Invece, l’Italia ha preso seriemente in parola la dicitura “calcio di liberazione”: nel senso che, quando qualcuno non sapeva cosa fare, si “liberava” letteralmente del pallone. Ma a caso, senza cognizione e senso della propria posizione e di quella degli avversari.
La troppa gente presente nei raggruppamenti (anche qui, difetto da poter correggere “in corsa”, ma che nessuno ha fatto), ha ingigantito i problemi difensivi al largo, uniti ad un sostegno labile e molto spesso in ritardo.
Altra critica che denota la mancanza di una “mente pensante”: contro il Galles vi era un vento abbastanza forte che spazzava il campo nel senso della lunghezza. Ebbene, nessuno ha pensato che il vento a favore va sfruttato sia per i calci dalla difesa o per lanciare un attacco, sia per approfittare di quando i calci li effettua l’avversario, stando più “alti” essendo agevolati dalla parabola più corta della palla. Invece, alcune volte accadeva che il calciatore avversario quasi riuscisse egli stesso a recuperare il pallone da lui calciato, nel mentre i nostri, posizionati troppo indietro, erano costretti a correre velocemente in avanti per aver la possibilità di contenderlo.
Per non parlare delle altra carenze riferibili alle tecniche di base.
Toppe falle da chiudere, troppi buchi da rattoppare in quella che dovrebbe essere l’ossatura della Nazionale Italiana di rugby del futuro prossimo. Meglio sarebbe ritornare a giocare dove il nostro rango ce lo permette: VI Nazioni “B” sia per la Nazionale maggiore che per l’U20.
Certo, tutte le persone con un po’ di realismo non potevano aspettarsi risultato migliore, ma le aspettative hanno cozzato contro una realtà molto ben diversa: e questo guasta morale e prospettive.
Un plauso allo sponsor: la “Birra Peroni”. Una lattina di birra (peraltro di mediocre qualità) da 33 cl. che al supermercato si acquista per circa 0.65 centesimi di euro era venduta negli stadi a 5,00 (diconsi cinque euro!).  Altrettanti soldi (da 4 a 6 euro, ma non conosco di chi sia la distribuzione) erano chiesti per un panino mollaccione e di scarsa qualità organolettica: un ladrocinio che, però, ha indispettito a tal punto molti spettatori che, dopo aver chiesto il prezzo rifiutavano bevanda e cibarie, nonostante una canicola non indifferente. Chi troppo vuole nulla stringe. E, come al solito, abbiamo fatto la sacrosanta figura meschina con gli ospiti stranieri, allibiti per un simile trattamento. Ma quando mai impareremo? Se avessero venduto a 6 euro birra e panino, avrebbero azzerato le scorte, guadagnandoci ugualmente moltissimo! Invece, di birra e panini ne sono rimasti molti. Ah, dimenticavo: le bottigliette di acqua da mezzo litro le facevano pagare due euro (prezzo al supermercato meno di 20 centesimi di euro la bottiglia). Miserabili, approfittare anche dell’acqua!

Franco Meneghin

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