Italia – Russia

Il risultato è di quelli che impressionano, amleno un pochino. 53-17 non è il miglior risultato da noi ottenuto contro la Russia, ma è invero un bel botto. C’è solamente da verificare la forza di quelli che oggi avevamo davanti, che ci hanno, comunque, segnato tre mete. Tante, troppe. Evidenziano ancora una squadra che non “scala” in difesa, che non recupera: anche se una meta è stata fortuita, bisogna lavorare ancora e meglio su questo aspetto difensivo. Non abbiamo visto, inoltre, come si comporti la mediana sotto pressione: Gori e Bocchino si sono messi in evidenza, ma non hanno certo subìto nè sofferto la pressione avversaria. La mischia ha fatto la sua solita parte, senza tanto dannarsi l’anima ed abbiamo visto, finalmente, alcune buone giocate dei tre quarti che hanno ancora il difetto di non saper sfruttare al meglio la seconda linea d’attacco: a volte sembrano (e forse lo sono davvero), un po’ ingenui, senza un’adeguata visione laterale, samurai votati all’attacco cieco contro l’avversario, senza saperlo eludere con un bel passaggio. Uno dei problemi più grossi che attualmente, però, affliggono il XV italiano è la mancanza di un calciatore convincente. Oggi hanno calciato quasi tutti con risultati meschinamente alterni. Anche con Mirko il team italiano e i tifosi che seguono non sembrano convinti, sono sempre in apprensione anche a fronte di un calcio elementare. Le statistiche dicono che, in ogni caso, un po’ tutte le squadre, Francia esclusa (80% di realizzazioni), in questo mondiale, sono deficitarie nel mettere dentro calci di punizione e  trasformare mete. Ma se per le squadre di alto rango ciò può essere quasi superfluo, per l’Italia, invece, è vitale. Ed oggi, con la Russia, abbiamo gettato alle ortiche un sacco di calci.  Ripeto: la consistenza dell’avversario è determinante per misurare la propria forza. Oggi la Russia, come da copione, si è mostrata per quello che è: una squadra (come molte altre) che avrebbe potuto starsene a casa anzichè partecipare al mondiale. Con gli USA sarà tutto un altro discorso? Può darsi, ma anche le “Eagles” non sono fulmini di guerra. Se presi con la giusta concentrazione e determinazione, almeno 30 punti, dall’Italia, dovrebbero beccarseli. Salvo smentite… che gli azzurri ogni tanto ci propinano.
Franco

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Dal Gazzettino del 19 settembre 2011

PRO12 & NAZIONALE: Il tecnico Franco Smith spiega perchè
le sue scelte non vanno contro l’interesse degli azzurri.

Treviso si difende «Anche l’Italia usa il doppio estremo».

Ivan MALFATTO

«Gli All Blacks con Muliaina e Guilford (o altri) giocano
con due estremi. L’Australia lo fa con Ashley-Cooper e Beale. Anche Nick
Mallett lo ha capito e contro la Russia domani schiererà Masi e McLean. L’ala
non esiste più. Non esistono più i ruoli, solo i numeri. Per questo a Treviso
alterno Nitoglia e Williams ala-estremo. Non per fare qualcosa contro le norme
della federazione, con la quale non voglio assolutamente scontrarmi, ma perchè
lo impone l’evoluzione del gioco».

Uno Smith
accorato e Franco, come il suo nome, commenta così la sconfitta del Benetton
con gli Ospreys (32-27) nel terzo turno di Rabodirect Pro12. Accanto alla
delusione «per il risultato, ma non per il gioco, perchè è stata una delle
migliori partite nei miei cinque anni a Treviso», mostra lo sconcerto e
l’impotenza per l’avversario in più contro il quale la sua squadra deve
combattere. Le norme Fir sull’uso degli stranieri. Non bastassero già la forza
dei rivali (scozzesi e Dragons hanno vinto, le uniche a secco sono rimaste le italiane);
i disegni del fato (il rimbalzo beffardo su Nitoglia nella meta di Isaacs ha
tenuto a galla gli Ospreys nel momento peggiore); gli arbitraggi discutibili
(il gallese Hennessy ha lasciato perplessi pure i colleghi italiani); i limiti
di squadra con 12 atleti al Mondiale, inevitabili ma ben accetti (Smith: «È il
nostro compito, siamo orgogliosi di dare più atleti possibili alla Nazionale»).
Oltre a tutto ciò c’è la restrizione sugli stranieri.

Nei trequarti
Aironi e Benetton possono usarne solo uno sull’asse verticale (mediani-estremo)
e uno su quello orizzontale (ali-centri). Così dopo il richiamo ricevuto dalla
Fir per l’uso contemporaneo di Williams (estremo) e De Waal (apertura) nel 1°
turno con il Connacht, sabato si è assistito a un teatrino. De Waal in panchina
e Burton apertura per consentire a Williams di alternarsi con Nitoglia. Uscito
per infortunio Sepe al 56’ è entrato De Waal e ha giocato ala fino al 72’,
quanto si è fatto male Burton ed è passato apertura. Dopo 56’ fuori squadra e
16’ fuori ruolo (come sarebbe finita con i suoi calci e la sua regia da
subito?), 8’ da fuorilegge per il numero 10 sudafricano. Porteranno a un altro
richiamo della Fir alla franchigia veneta?

In linea teorica
sì. La trasgressione alla norma c’è stata. Treviso avrebbe dovuto mettere
apertura Picone o un altro italiano. In linea pratica forse no. L’infortunio
potrebbe essere considerato causa di forza maggiore. In fondo l’Italia è il
Paese delle deroghe alle leggi. Gli Aironi sabato hanno usato legittimamente
due terze linee straniere (Williams e Sinoti, ne è consentita una sola) perchè
nel ruolo la Fir ritiene ci siano abbastanza italiani.

Comunque vada a
finire, resta il dubbio. È davvero così che si fanno crescere la Nazionale e il
rugby italiano? Il povero Smith a supporto della teoria del doppio estremo
espone un dato: «Nitoglia e Williams hanno fatto cinque prese al volo e due
contrattacchi a testa». Azioni tipiche da numero 15. Dove sta la furbata per
eludere le norme? L’alternanza ala-estremo c’è stata davvero. «Un’ala che non
ha mai giocato estremo fa fatica a prendere i calci – conclude il tecnico
sudafricano – Preferisco avere due estremi, fin da quando allenavo i Cheethas.
La prima giornata il Connatch a un certo punto ha iniziato a calciare su Sepe
(ala pura, ndr) e l’ho invertito». La poliedricità dei ruoli, purtroppo per
lui, non è però contemplata nelle norme federali.

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COPPA DEL MONDO Castrogiovanni: «Attenti alla Russia»

«Spetta a noi fare la
partita»

NELSON – Castrogiovanni parte dalla panchina contro la
Russia. Ma spinge anche da fuori. Prima di tutto contro il fantasma
dell’Irlanda, che prende corpo dopo l’impresa dei verdi sull’Australia. «La
vittoria dell’Irlanda sull’Australia non ha cambiato i nostri piani» assicura
Castro. «Gli irlandesi hanno fatto una grande gara, mettendo i Wallabies in
grande difficoltà con la mischia – ammette -. I miei complimenti. Ma noi
continuiamo il nostro mondiale, e proseguiamo sulla nostra strada».

Però qualcosa è
cambiato per gli azzurri. Domani a Nelson (ore 9,30) dovranno andare a caccia
del bonus offensivo contro la Russia, perchè potrebbe non essere sufficiente
battere gli irlandesi il 2 ottobre per guadagnare un posto nei quarti di
finale. A determinare la classifica potrebbero essere proprio i bonus.

«Con la Russia
non sarà facile – dice ancora Castrogiovanni invitando a non sottovalutare gli
“Orsi” -. Dovremo impostare la partita e non solo contenere, e tante
volte ci siamo complicati la vita in questo genere di situazioni: stavolta non
dovrà accadere e, anche se i nostri avversari non sono forti come l’Australia,
verranno qui a Nelson per lottare. I russi sono giocatori orgogliosi, non si
tireranno indietro e noi dobbiamo essere pronti a questo».

Molto passerà
dalle scelte della giovanissima coppia mediana Gori-Bocchino, dalla pressione
che avranno addosso. Le loro caratteristiche portano a pensare a un gioco di
passaggi e di conservazione. Me se i russi, con la loro determinazione e
fisicità, dovessero riuscire a rallentare le fasi a terra, la manovra potrebbe
incepparsi. Anche per questa evenienza Mallett schiera nel triangolo esterno
due estremi, un po’ come succede a Treviso: Masi e McLean. Oltre a garantire
copertura profonda sul gioco al piede potrebbero essere fonte di rilanci di gioco,
un’alternativa cioè all’impostazione dei mediani. Molto attesa la prova del
trevigiano Benvenuti al centro, nel suo ruolo preferito, in coppia con
Pratichetti: potrebbe sfruttare la sua velocità per rompere la linea di difesa.
Inoltre ci sarà sempre l’esperienza di Parisse, di Bortolami e soprattutto di
Mauro Bergamasco, determinato a riprendersi la maglia di flanker con una prova
super.

«Dobbiamo
procedere con una partita alla volta senza pensare alla partita contro gli
irlandesi- ammonisce ancora Castro – Se perdiamo contro Russia o Usa siamo già
fuori, quindi i miracoli vanno aiutati con tanto lavoro e spirito di squadra».
(r.sp.)

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MISCHIA APERTA di Antonio LIVIERO

La rivoluzione tattica della polivalenza: gap tra noi e le
grandi

C’era un tempo in cui i giocatori li riconoscevi dalla
posizione in campo, dalla morfologia e persino dal carattere. «Otto forti, due
leggeri e scaltri, quattro grandi e veloci, uno flemmatico e col sangue freddo»
secondo la famosa definizione dello scrittore francese Jean Giraudoux. Era il
rugby “democratico”, aperto a tutte le taglie. Ma da 15 anni è
cambiato tutto. Il professionismo, una preparazione senza precedenti, la
necessità dello spettacolo e nuove regole hanno prodotto una crescente
omologazione fisica e una rivoluzione tattica.

Il mondiale
neozelandese sta certificando questa trasformazione epocale, che gli
specialisti chiamano polivalenza. La distinzione tra avanti e trequarti
sopravvive ormai solo nelle fasi statiche. In quelle dinamiche sono mischiati
tra loro. Si vedono avanti difendere in linea, seconde linee calciare in
touche, piloni sprintare all’ala, trequarti entrare nelle ruck con compiti di
“pulizia”. Poi ci sono aperture e primi centri che si scambiano la
posizione, aperture che vanno a fare i mediani di mischia o gli estremi. Ed
estremi che passano all’apertura. Soluzione quest’ultima adottata anche da
Kirwan con l’Italia, quando in difesa arretrava Wakarua, dal piede possente ma
dal placcaggio incerto. E cosa altro fa Deans con Quade Cooper, genio offensivo
dalla difesa non propriamente ermetica? Lo dirotta in copertura profonda per
raccogliere i calci lunghi e contrattaccare. Il ruolo di ala è quello che si è
evoluto di più: da posto in cui si prendeva freddo a elettrone libero simbolo
di intelligenza tattica. Non solo si muove in perfetta simbiosi nel triangolo
esterno formato con l’altra ala e l’estremo, scambiandosi le posizioni, ma
interviene su tutta la linea alla Joe Roff. Determinando suprannumeri o facendo
semplicemente da esca, coprendo in profondità e contrattaccando. Ha ragione
Franco Smith: l’ala classica non esiste più.

Come detto,
resistono alla febbre della polivalenza le fasi statiche, ma non completamente:
una volta in touche saltavano solo i lunghi ora si è visto persino Mauro
Bergamasco tirare giù palloni. Tallonatori si invertono con i piloni (Smit nel
Sudafrica).

Certo il
giocatore polivalente, che gioca bene in più ruoli, è sempre esistito. Gli
anziani ricorderanno Danie Craven che con gli Springboks fu mediano di mischia,
apertura, centro e numero otto. La novità sta piuttosto nella portata e nella
sistematicità dell’applicazione del principio, spinta fino all’adattamento
permanente alla situazione di gioco nel corso della partita e alla capacità di
rispondere a differenti opzioni strategiche.

Pierre
Villepreux, già quando allenava l’Italia usava il termine francese
“suppleance” per indicare la capacità di un giocatore di rimpiazzarne
un altro nelle sue funzioni durante lo sviluppo dell’azione. Una universalità
tecnica e tattica diventata dogma ma che si può apprendere solo negli anni
della formazione, nei centri dei club e nelle accademie federali. Dopo è tardi
per colmare le lacune. Ed è purtroppo così che si spiega, anche, il gap tra
l’Italia e le grandi.

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PRO 12 Grazie al secondo punticino di bonus il Benetton è
ora penultimo ma venerdì a Glasgow contro i Warriors affronterà un match alla
portata

Ultimo posto lasciato agli Aironi

Ennio GROSSO

Una sfida che alla vigilia aveva tutta l’aria di essere
impossibile per il Benetton, invece gli Ospreys visti sabato sono parsi
battibili. Per un tempo abbondante la franchigia veneta è riuscita nel suo
intento, ha segnato due belle mete, ha tenuto lontano dalla propria area il XV
gallese, poi, anche a causa di una distrazione che è costata la prima meta, la
partita ha preso un’altra dimensione. A quel punto la strada è sembrata
segnata, anche perché una volta di più una squadra italiana ha pagato a caro
prezzo la mancanza di rispetto di un arbitraggio che ha fatto poco per
dimostrare la sua neutralità. Se fino a sabato il popolo del rugby ha sempre
accettato qualsiasi decisione e, soprattutto, qualsiasi designazione arbitrale
(l’irlandese Phillips contro il Connacht, il gallese Hennessy contro gli
Ospreys), da sabato probabilmente qualche dubbio è rimasto.

Treviso ci ha
messo del suo, indubbiamente, ma le decisioni imbarazzanti di Hennessy hanno
avuto parte determinante nell’andamento del match. Adesso è bene che questa
storia finisca: due sfide interne e due arbitri della stessa nazionalità degli
avversari. Se l’irlandese Phillips nella gara d’esordio contro il Connacht
tutto sommato aveva avuto colpe relative, sabato il gallese Hennessy ci ha messo
molto del suo, arbitrando con due metri di valutazione ben distinti, tant’è che
lo stesso Jonathan Humphreys, tecnico degli avanti degli Ospreys, a fine gara
era un po’ imbarazzato alla domanda su come avesse diretto il suo connazionale.

Ma la vita
continua e il Benetton guarda al futuro. Sabato i biancoverdi hanno mosso
ancora la classifica grazie al punto di bonus conquistato e che ha dato la
possibilità di lasciare ad altri (Aironi) l’ingrato ultimo posto, ma venerdì ci
sarà già una sfida di quelle che possono valere tanto per il prosieguo. Il
Benetton giocherà infatti a Glasgow contro i Warriors, formazione che
nell’ultimo turno ha espugnato il campo del Leinster trovando i primi punti
stagionali. Un XV scozzese che sarà galvanizzato da questo successo e che vorrà
bissare in una sfida diretta.

I Warriors, che
nella passata stagione hanno perso a Treviso 16-19 ma hanno vinto in casa 25-17
e che in graduatoria si sono poi piazzati undicesimi, alle spalle proprio del
Benetton, in estate non hanno cambiato molto della loro rosa, o almeno non
l’hanno mutata sensibilmente. Infatti, hanno lasciato Glasgow l’estremo
argentino Stortoni, il trequarti Evans, il flanker Vernon e sono arrivati il
trequarti Nathan dal Connacht, quindi i quasi esordienti in Celtic League
Pitman, terza linea dagli Ospreys e Seymour, ala dall’Ulster.

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Prossimo turno: Sepe e De Jager rischiano lo stop

TREVISO – (e.g.) Piove sul bagnato in casa biancoverde. Già
la rosa è ridotta all’osso e sabato scorso con gli Ospreys si sono infortunati
Michele Sepe (distorsione al ginocchio destro) e Ben De Jager (ferita alla
coscia destra suturata con sette punti). In settimana la decisione sul loro
utilizzo per il match di Glasgow.

 

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Dal Gazzettino del 12 settembre 2011

Ivan MALFATTO

L’Italia vista nel primo tempo contro l’Australia può
battere l’Irlanda non trascendentale vittoriosa senza bonus (22-10) con gli
Stati Uniti. L’Italia vista nella ripresa può gettare per l’ennesima volta al
vento una qualificazione ai quarti di finale a portata di mano.

L’alba della
Coppa del Mondo azzurra ha detto questo ieri alle 5,30 nell’esordio a North
Harbour. La sconfitta 32-6 con l’Australia è figlia di una prestazione dai due
volti. Da leggere non per quanto dice in sè. La trentina di punti subiti è una
costante dell’era Mallett nelle cinque sfide ai Wallabies, i sei fatti sono il
numero più basso. Va letta in prospettiva dell’unico match importante, decisivo
ed equilibrato del Mondiale “tutto in un giorno” a cui è condannata
l’Italia. Lo spareggio del girone C il 2 ottobre a Dunedin contro gli
irlandesi.

Il parziale di
6-6 con il quale si è chiuso il primo tempo è stato esaltante per le capacità
di tenuta dell’Italia. Agevolati dalla pioggia iniziale, gli azzurri non hanno
mai permesso alla cavalleria dei Canguri di prendere il sopravvento. Gioco
vicino al pack, ritmo non vertiginoso, difesa serrata, guerra sui punti
d’incontro sono stati la trama per 40’. Col punteggio mosso solo
dall’indisciplina. Un inutile fallo senza palla di Ghiraldini (3-0), uno a
terra nei 22 della difesa italiana sollecitata (6-0), un maul fatto crollare
(6-3), un tenuto di Cooper dopo palla rubata e pressione azzurra (6-6).

L’Australia ha
dominato il territorio, vinto nel possesso, controllato l’inerzia, ma non ha
saputo concretizzare. È stata brava ad annullare il vantaggio italiano in
mischia chiusa (solo nove in tutto, sostanzialmente equilibrate). Ma non è
riuscita a superare l’argine difensivo azzurro (il triplo di placcaggi). Anzi
ha rischiato di subire meta al 6’ su calcetto rasoterra di Orquera (luci e
ombre nel gioco al piede, meglio quello di Semenzato), sul quale Masi è
arrivato a schiacciare un attimo dopo Cooper. O il terzo piazzato al 16’, dopo
contro-ruck e 10 metri di penalità per protesta, sbagliato da Bergamasco da 40
metri.
Nell’indisciplina australiana (15 calci contro) si è inserita un’Italia
tatticamente perfetta per 40’. Ma incapace di replicare la prestazione negli
altri 40’. La svolta è avvenuta in coincidenza dell’ingresso di “bad boy
faccia d’angelo” James O’Connor, in panchina per punizione causa vicende
di sbornie e litigi. L’Australia ha alzato il ritmo. La palla ha viaggiato più
su linee esterne. La difesa azzurra ha cominciato a far acqua. Il caposaldo
ritrovato della touche ha subito un’incrinatura. E sono piovute le quattro mete
in 17’ decisive per l’esito finale.

La prima da
touche rubata lanciata su capitan Parisse (80° cap per lui). Buco di Ioane su
Orquera-Castrogiovanni, 60 metri di corsa, pick and go ripetuto e meta del
pilone Alexander. La seconda di Ashley-Cooper con apertura veloce in seconda
fase da touche. La terza di O’Connor su multifase dopo errore su up and under
di Masi. La quarta con partenza da mischia propiziata da avanti di Bergamasco
in un contrattacco dai 22. L’Italia avrebbe potuto trovare la sua di meta allo
scadere. Quando il pacchetto in avanzamento si è fatto soffiare palla sulla
linea, con Gori spettatore. Sarebbe stato un bel premio, ma avrebbe cambiato
poco. Sarà più importante ritrovare l’imperforabile squadra del primo tempo il
2 ottobre con l’Irlanda.

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PRO 12 A Cardiff Il piede di Burton tiene in partita i Leoni

Treviso limita i danni (33-18)

Ennio GROSSO

Un Benetton giovane, ma per nulla intimorito, ha tenuto
testa per 78’ ad un lanciatissimo Cardiff che è tornato al comando della
graduatoria del RaboDirect Pro12. Solo a 2’ dalla fine il XV gallese ha avuto
la certezza di poter vincere e conquistare il punto supplementare grazie alla
quarta meta. Fino a quel momento il risultato (26-18) lasciava spazio a più
possibilità.

Ancora una
partita senza mete per i biancoverdi, ma una condotta di gara eccellente e una
tenuta che ha fatto sperare fino alla fine nel colpaccio esterno.

Un Benetton che
ha dovuto fare a meno di due stranieri, oltre all’infortunato Botes, anche De
Waal non è stato impiegato per le note regole federali sull’utilizzo dei
giocatori non di formazione italiana. La franchigia veneta, tuttavia, ha avuto
nella precisione di Kris Burton la certezza di poter recitare un ruolo
importante; il regista biancoverde, infatti, non ha sbagliato un colpo
trasformando in punti preziosi le azioni offensive della squadra trevigiana e
rispondendo in tal modo ad ogni allungo dei gallesi.

Il ritmo
tambureggiante dei Blues ad inizio partita non sembrava poter dare molte
possibilità al Benetton. Gareth Davies sbagliava subito un piazzato non
impossibile ma al 6’ i gallesi andavano in meta e conquistavano il primo
vantaggio della giornata. Il Benetton però non si scoraggiava, portava
pressione col pack alla formazione di casa e con Burton metteva punti preziosi
in carniere rispondendo bene ai Blues: 11-9 al 18’. I gallesi però sapevano di non
poter perdere l’occasione e prima che cominciasse a piovere trovavano la
seconda meta: 18-9.

L’incontro si
faceva spettacolare e ogni volta che le due compagini passano la metà campo
avversaria volevano tornare con punti. La pioggia dava una mano al Benetton che
in breve tempo si portava sul -3 con altri 2 piazzati di Burton (18-15). Prima
della chiusura del parziale altra botta e risposta tra Gareth Davies e Burton
per il 21-18 con il quale si chiudeva il tempo.

La ripresa si
apriva però nel peggiore dei modi per Treviso. Tom James faceva il break e
trovava all’interno Martyn Williams che volava fino alla linea di meta per il
26-18. Nel finale di gara, dopo poche emozioni nel corso della ripresa, Hewitt
realizzava la quarta marcatura gallese per il definitivo 33-18.

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Mallett: «Una prova che ci ridà fiducia»

AUCKLAND – Nick Mallett è soddisfatto, nonostante la
sconfitta: «Abbiamo messo gli australiani sotto pressione, difeso bene attorno
alle ruck ed efficacemente al largo. A metà gara in spogliatoio eravamo molto
soddisfatti, nel secondo tempo abbiamo commesso qualche errore ma credo sia
anche giusto dare merito ai nostri avversari: difendere contro di loro è sempre
molto difficile, quando prendono il vantaggio in attacco fermarli è veramente molto
complicato».

Mallett guarda
con fiducia ai prossimi incontri. «Credo che oggi la squadra abbia preso
fiducia – prosegue il citì – sfidavamo un avversario che ha vinto il
Tri-Nations, messo a segno 25 punti contro la difesa degli All Blacks, 39 contro
quella del Sudafrica campione del mondo. Sono orgoglioso della squadra, ho
detto ai ragazzi di guardare avanti perché questa sconfitta non è disastrosa».

Ripartire dalle
cose positive viste contro l’Australia: è il pensiero di capitan Parisse. «Nel
primo tempo abbiamo rispettato al 100% il piano di gioco – dice l’azzurro – nel
secondo abbiamo fatto qualche errore in più. A fine partita avremmo meritato di
segnare con gli avanti abbiamo fatto un grande lavoro là davanti».

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MISCHIA APERTA di Antonio LIVIERO

Ci sono voluti quattro anni. Finalmente l’Italia ha giocato
40 minuti lucidi, tatticamente coerenti, efficaci. Umile e solidale. Sveglia di
testa. Certo non perfetta. Ma almeno non ha fatto la sciocchezza di andare a
sfidare gli australiani sul piano della velocità e degli impatti individuali.

Quella del primo
tempo è stata un’Italia che ci credeva non solo col cuore, ma con la ragione.
Si è ancorata ai fondamentali: il combattimento collettivo e l’avanzamento. E
ha alternato le forme di gioco che le sono più congeniali: la mischia, sia
ordinata che (eureka!) dinamica. Inoltre ha saputo giocare dignitosamente al
piede con i mediani, specie Semenzato, che è sembrato cresciuto, più sicuro di
un tempo. E così ha risalito il campo con i propri limitati ma efficaci mezzi: piede,
pressione, mischia, calci di punizione, touche, maul penetranti. Zero passaggi
in molte sequenze e pazienza per l’estetica. Se però avesse giocato così con
l’Irlanda o a Edimburgo, chissà.

Gli errori ci
sono stati. Orquera ha ciabattato un pallone direttamente in touche da
metacampo, il maul andava troppo svelto finendo per perdere gli appoggi e
aiutando gli avversari a farlo crollare. Mentre dovrebbe procedere lento e
inesorabile.

Però la difesa
placcava a due (alla faccia dei luoghi comuni sull’uno contro uno) inibendo gli
offloads australiani, giustamente temuti. E mettendosi così nella condizione di
recuperare palla. Lucianino Orquera ha cercato la meta in angolo con un maligno
assist di piede, anzichè col passaggio alla mano e solo per un’unghia
Trematerra Masi non ci è arrivato. L’Italia ha mostrato come gli altri possono
battere i Canguri. Per gli azzurri era onestamente impossibile: troppo corta la
loro coperta in altri settori di gioco. Specie nella conservazione e
difensivamente a livello della mediana. E poi sarebbe servito un
rincoglionimento precoce dell’Australia.

Nel primo tempo
Deans ha cercato di sviluppare il gioco stringendo il raggio d’azione e la
difesa, con un movimento interno-esterno, per allargare poi in seconda battuta.
Ma non ha funzionato. Si è impantanato in una difesa densa e aggressiva, che ha
rallentato i palloni a terra, impedendo agli australiani di dare ritmo alla
manovra. E inducendoli spesso al fallo. Nella ripresa i Canguri hanno cambiato
registro allargando la zona d’attacco tra la cerniera e i centri. Ed evitando
le fasi a terra. Cooper è stato l’artefice della svolta. Non ha segnato. Però
le sue finte e i suoi passaggi prima del contatto hanno messo i levrieri negli
spazi, davanti a una barriera azzurra apparsa improvvisamente lenta, sconnessa,
impacciata. Ioane, Ashley-Cooper, O’Connor hanno preso il volo tra Semenzato,
Orquera, Canale, Ghiraldini.

Sarebbe stato
necessario un rinforzo più puntuale delle zona dei mediani. Per blindarla. Un
flanker alla Mauro Bergamasco da quelle parti si sarebbe fatto sentire. Più che
in tribuna. Del resto se si vuole giocare con il peso leggero Orquera
all’apertura l’uno contro uno difensivo non può essere un dogma.

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PRO12 L’allenatore Franco Smith analizza a caldo la
sconfitta di Cardiff:

«Certe disattenzioni in difesa a questi livelli si pagano a
caro prezzo»

«Non delusione soltanto rabbia»

Ennio GROSSO

Il Benetton ha fatto tremare un solido e caparbio Cardiff
nel secondo turno del RaboDirect Pro12. Solo negli ultimi 2’ di gioco il XV
gallese ha avuto la certezza di aver vinto la gara, ma fino a quel momento il
risultato (26-18) lasciava intatte possibilità anche alla franchigia veneta di
poter conquistare qualcosa di importante.

Un 33-18 finale
che non rispecchia assolutamente quanto si è visto nel rettangolo di gioco
gallese, con un Benetton che ha risposto puntualmente ad ogni allungo gallese
grazie soprattutto ad un Kris Burton che non ha sbagliato nulla. “Se avessimo
giocato nella stessa maniera anche contro il Connacht – ammette Franco Smith a
fine incontro – non avremmo certamente perso. In noi non c’è delusione, ma
solamente tanta rabbia. Il risultato finale non è giusto e con maggiore
accortezza potevamo anche far nostro l’incontro”.

Cosa è mancato per portare a casa un
risultato importante?

“Purtroppo
abbiamo commesso alcuni errori che ci sono costati cari. Siamo stati bravi poi
a recuperare sempre, ma gli sbagli a questi livelli si pagano. In difesa
dovevamo fare qualcosa di più, evitare certe situazioni. Cardiff, dal suo
canto, è stato bravo a sfruttare ogni nostra indecisione. Poi non dobbiamo
dimenticare certe decisioni arbitrali. Solitamente io non voglio parlare del
direttore di gara, ma in questa partita ci sono state situazioni incredibili e
per noi molto penalizzanti, soprattutto nei punti d’incontro”.

      In campo avevate una squadra giovane,
quindi mancanza anche di esperienza?

“Può essere
anche se bisogna riconoscere che il nostro gruppo ora è fatto di giocatori
importanti e quando torneranno i Nazionali potremo dire di avere una rosa molto
più competitiva della passata stagione”.

      La cosa che ti è piaciuta di più della
tua squadra?

«Sicuramente
l’attitudine che hanno dimostrato i ragazzi. In campo ho visto la squadra che
piace a me, un gruppo di veri uomini che si è battuto su ogni pallone. Abbiamo
perso, è vero, ma con questi presupposti possiamo essere fiduciosi per il
prosieguo della stagione. Alla fine i ragazzi non erano assolutamente delusi,
avevano tanta rabbia in corpo perché hanno capito che il loro atteggiamento è
stato positivo – conclude Franco Smith – ma hanno perso un’occasione per portare
a casa un grandissimo risultato».

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Picone: «Ma hanno tremato a lungo»

TREVISO – (e.g.) “E’ stata dura ma abbiamo tenuto in scacco
il Cardiff fino alla fine. Peccato per certi nostri errori che poi hanno
influito sul risultato”.

Simon Picone ha
molto da recriminare a fine gara, è consapevole che il Benetton ha disputato
una partita esemplare pur avendo in campo tanti giovani e sarebbe bastata
qualche disattenzione in meno per portare a casa un risultato importante.

“Cardiff è stato
bravo ad approfittare di alcune nostre incertezze – continua il mediano
biancoverde – perché almeno un paio di mete segnate dai gallesi sono venute da
nostri sbagli. Abbiamo una squadra giovane, è vero, ma ormai all’estero non
andiamo più per fare solo presenza. Ora abbiamo la possibilità per dire la
nostra ma dovremo essere più accorti”.

      Un’occasione persa, quindi?

“Per certi
aspetti sì. Abbiamo tenuto per quasi tutta la durata della contesa, l’ultima
meta ovviamente ci ha tagliato le gambe anche perché il tempo era ormai agli
sgoccioli. Una partita che sarà utile per il futuro e che ha dimostrato anche
un atteggiamento sicuramente importante. Con questa attitudine nelle prossime
gare potremo veramente ottenere buoni risultati”.

 

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RWC – PRIMO APPROCCIO

Più sorprese che conferme in quest’inizio di mondiale, con le squadre di più alto livello evidentemente ancora in rodaggio. Se così non fosse, prepariamoci ad un mondiale meno scontato. Solo l’Australia con l’Italia, nel secondo tempo, ha dato qualche segnale di cosa è capace di fare. Proprio partendo dall’analisi di questa partita, si può dire che quando l’Italia ha finito la benzina, l’Australia con motore più potente e serbatoio più capiente ci ha piantato in asso ed è scappata. Salvo poi rendersi conto che Gori (e anche Semenzato, credo: ci sarebbe voluto Troncon) non ha ancora l’esperienza necessaria a farlo stare incollato all’ultimo piede del raggruppamento che avrebbe potuto darci la meta, dando più spessore alla nostra partita. Mallet ha lasciato a casa Burton, ed ha fatto male. Orquera attacca poco e difende meno, preferendo starsene dietro la difesa, non è un calciatore (calcia Mirko) ed ha una modesta visione di gioco. Bocchino è una seconda scelta degli Aironi… Burton ha segnato tutti i punti della Benetton contro il Cardiff Blues (tre drop e tre calci) risultando uno dei migliori in campo. L’Italia si aggrappa alla solita mischia e ad un’ordinata difesa per arginare gli assalti australiani, e nel primo tempo ci riesce egregiamente. Poi, come detto sopra, la benzina finisce… Buona la prova di Semenzato, di tutta la mischia (Van Zyl giganteggia in touche), mentre l’impaccio e la scarsa fisicità delle linee arretrate, legati anche alla poca verve di Orquera, ci impediscono di arrivare ad obiettivi diversi da quello di battere la Scozia, ogni tanto. Bisognerà che tecnici e giocatori riflettano sul perchè si siano prese quattro mete in fotocopia senza correre ai ripari, e spiegare perchè Semenzato doveva tentare anche di chiudere il buco lasciato da Orquera.
Buon primo tempo della Nuova Zelanda contro Tonga (41-10); nel secondo gli A.B. tirano i remi in barca e vivono di rendita. Partita con fenomeni di handling rilevanti. Imbarazzante, verso la fine del match, la mischia retrocedente degli A.B. con l’arbitro che, come con l’Italia due anni fa a Milano, non concede ai tongani una sacrosanta meta tecnica.
La Scozia soffre con una Romania fisica e determinata. Il risultato finale (34-24) è specchio dell’incertezza della partita, che a 6 minuti dalla fine era in parità (24-24). Mete di mischia per la Romania.
Nessun problema per le Fiji, che superano abbastanza agevolmente la Namibia (49-25). Anche in questa partita parecchi errori di handling e un’attitudine difensiva un po’ “naif”.
Nonostante il risultato eloquente (47-21), per la Francia non è stato affatto facile piegare il Giappone di J. Kirwan, squadra votata al combattimento e mai doma. Francia abbastanza pasticciona, confusionaria, disordinata e, come al solito presuntuosa; se non porrà qualche rimedio all’anarchia tecnico-tattica, con le più forti saranno dolori.
Un Sudafrica monotono e prevedibile, quasi privo di fantasia, ha avuto la meglio, per un solo punto, (17-16) sul Galles, anche grazie ad un calcio di Hook che solo arbitro e giudici di linea hanni visto fuori. Anche la fisicità, caratteristica che ha sempre contraddistinto gli Springbocks, sembra scemata. Si può solo pensare che non siano ancora al massimo, diversamente sarà tutta una strada in salita.
Argentina tosta, che però soccombe all’Inghilterra (9-13), anche grazie all’arbitraggio che non vede due vere e proprie “aggressioni” di Lawes, da squalifica, ed un placcaggio senza palla su un argentino.
Irlanda brutta, con solo qualche timido lampetto di genio del suo “vecchietto” O’Driscoll e del solito Tommy Bowe che riesce a guizzare oltre la linea. Stati Uniti organizzati in difesa, ma deboli in mischia chiusa. Irlanda, a questi livelli, abbordabile persino dall’Italia. Ma la squadra “green” crescerà, mentre noi, credo, siamo già al massimo.

Franco

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ED ORA VIA AL MONDIALE DI RUGBY

Domani,
9 settembre 2011, avranno inizio i mondiali di rugby in Nuova Zelanda (RWC),
terra della squadra più conosciuta al mondo: gli All Blacks.

Inizieranno
a giocare proprio i tuttineri, che avranno come avversario Tonga.

Però,
era già qualche settimana che si cominciava a respirare aria di mondiale: da
quando, cioè, gli All Blacks ne hanno sentito l’odore ed hanno finito di giocare
il Tri Nations perdendo quello smalto inattaccabile che fino ad allora avevano
messo in mostra. Sindrome da fallimento, visto che hanno vinto solo il primo
mondiale, giocato ancora a casa loro?

Dopo
aver strapazzato il Sud Africa, in casa, per 40 a 7 nella seconda giornata del
Tri Nations ed aver vinto con l’Australia, sempre in casa, nella giornata
successiva per 30 a 14, qualcosa ha cominciato ad incepparsi in quel meccanismo
di gioco, potenza, rapidità ed intelligenza tattica, che sembrava oliato e perfettamente
funzionante. Ne è stata lampante dimostrazione la successiva partita giocata dalla
squadra neo zelandese a Brisbane, contro l’Australia. Risultato a parte (25 a
20 per i canguri), il primo tempo dovrebbe entrare nella storia del rugby per
quello che gli Australiani hanno fatto vedere sul campo, proprio a spese dei
neo zelandesi, ed essere proiettato per la visione a tutti gli addetti ai
lavori con un po’ d’ambizione, in versione propedeutica. Raramente si è visto
un rugby così intenso, intelligente, razionale, tecnico, e chi più ne ha più ne
metta. Australia che può giovarsi di una mediana stellare, forse la migliore al
mondo al momento, con il n° 9, Genia, imprendibile se gli si lascia un metro di
spazio e rapidissimo nelle giocate e Quade Cooper che ha soffiato il posto
nientemeno che a Giteau (escluso dalla rosa).

Per
la vittoria finale, anche tenendo conto che ancora le squadre non sono al top
della forma, e considerando l’ultimo Tri Nations, vedrei proprio l’Australia,
ma… si gioca in Nuova Zelanda e gli All Blacks faranno di tutto per riprendersi
il titolo che manca loro dal lontano 1987, anche carte false (come nel 1995 in
Sudafrica: tutta da rivedere la semifinale tra gli Sringbocks e la Francia).

Il
Sudafrica ha qualche problema che non lo pone tra le favorite per la vittoria
finale. A parte la vittoria sulla Nuova Zelanda, nell’incontro casalingo dell’ultimo
Tri Nations, la squadra guidata da Peter De Villiers ha mostrato quasi sempre
un gioco senza molte varianti allo scontro frontale, tattica preferita dagli
Springbocks: incornate all’avversario, ripartenze lente dai raggruppamenti e
trequarti non più micidiali come qualche tempo fa (chiedere ad Habana, che
riesce a difendere, ma non segna quasi più).

Non
vedo tra le stelle nemmeno la Francia, balbettante ed ancora alla ricerca di
equilibrio tattico, con quell’estro capace di farla girare a mille, ma che a
volte si trasforma in quella presunzione dalla quale non riesce a liberarsi
(vedi anche l’ultimo VI Nazioni, nella partita contro l’Italia).

La
squadra dell’emisfero nord che potrebbe con più possibilità inserirsi tra le
semi finaliste potrebbe essere l’Inghilterra, poco fantasiosa ma robusta e
concreta.

La
sorpresa? Ancora l’Argentina, anche se non è più la squadra di qualche anno fa.

E
l’Italia? Chi è convinto che possa superare il turno ed accedere ai quarti
sarà, come al solito, clamorosamente smentito: ma la speranza è l’ultima a
morire ed io vorrei tanto sbagliarmi.

La
squadra italiana, prima di tutto, dovrà evitare il knock down contro l’Australia
e quindi affrontare con moltissima concentrazione Russia e USA, che non faranno
certo da sparring partners. Dopodiché l’Irlanda, acciaccata, con molti “vecchietti
terribili” ancora in squadra ed un’esperienza che noi non abbiamo ancora, ci
toglierà il passaporto per i quarti.

Troppo
in smobilitazione la squadra che Nick Mallet ha allestito, sia perché il
sudafricano se ne andrà a fine mondiali, sia perché le alternative in suo
possesso, soprattutto tra i trequarti (mediano di apertura in particolare) non
sono sufficienti ed efficienti. Lasciatosi scappare Gower, che ora gioca con la
Nazionale Italiana del rugby a 13 e che io non ritenevo, comunque, un buon
giocatore, ore tutti piangono dimenticando che su quel giocatore la FIR ci
aveva investito per tre anni, ma poi l’offerta di 150.000,00 euro non è stata
sufficiente a trattenerlo. Bell’esempio di gestione da una Federazione che sta
facendo scoppiare il rugby italiano, lo sta distruggendo a poco a poco. Un
pachiderma immobile, affamato e rabbioso, che vuole distruggere scientemente la
“sua” creatura.

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Addio Klem!

Non è possibile stare dietro a qualsiasi avvenimento. Seguire tutto, proprio no.
Ho scoperto in questi giorni che il 25 giugno scorso è morto nientemeno che Jan van Beveren. Notizia davvero triste.
Soprannominato ovunque “Klem” e nato nel 1948, Jan van Beveren è stato certamente il più celebrato ed efficace portiere del calcio olandese.
Difese con successo la porta del PSV Eindhoven per molte stagioni e totalizzò anche 32 presenze in nazionale ma saltò clamorosamente il Mondiale del 1974, quello che ci consegnò la più grande squadra di calcio di tutti i tempi sebbene non vincesse il torneo: i Paesi Bassi.
Jan van Beveren era una persona tutta di un pezzo e male si adattò ad uno spogliatoio Oranje dove il capetto indiscusso era Johan Cruijff e il suo sgherro era Johan Neeskens. E il bondscoach era Rinus Michels. L’asse del comando targata Ajax infastidì il nostro Klem e nella primavera del 1974 apparve chiaro che non avrebbe preso parte alla Coppa del Mondo.
Pazzesco, sicuramente. Ma coerente.
Michels capì al volo il rischio di frattura all’interno dello spogliatoio e si rivolse altrove. Ci si attendeva che il titolare diventasse Piet Schrijvers del FC Twente Enschede ma invece venne promosso Jan Jongbloed, 34enne del FC Amsterdam. Terzo portiere fu Eddy Treytel del Feyenoord di Rotterdam.
Per anni mi sono domandato se sulla repentina giravolta di Gerd Mueller, che diede il vantaggio per 2 a 1 alla Germania Ovest in finale, precisa ma per nulla imparabile il nostro Jan van Beveren avrebbe fatto il miracolo e parato il tiro. Jongbloed si limitò a guardarla insaccarsi alla sua destra.
Se mi chiedessero di stilare un XI di tutti i tempi beh nel ruolo di portiere avrei davvero ben pochi dubbi su chi indicare…
Addio Jan. Sei stato il numero UNO in più di un senso.
Rest in Peace!

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México-Monterrey è la finale nella Zona Norte. Quintana Roo e Veracruz in vantaggio 3 a 2 nella Zona Sur

Agosto è sempre tempo di play-off (pardon: POSTEMPORADA) nella Liga Mexicana de Béisbol.
In questa edizione 2011 i primi verdetti dei quarti di finale ci dicono che México e Monterrey hanno prevalso per 4 a 2 rispettivamente contro Puebla e Reynosa nella Zona Norte e che da martedì inizieranno la decisiva sfida per accedere alla finalissima. Nella Zona Sur invece le due sfide sono entrambe sul punteggio di 3 a 2: Veracruz conduce infatti su Campeche così come Quintana Roo su Oaxaca.
Stasera Quintana Roo in casa disputa Gara 6 e domani l’eventuale Gara 7 mentre sempre domani Campeche tra le mura amiche gioca Gara 6 e lunedì l’eventuale Gara 7.

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